LUIGI BOZZATO - Beato Franco

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LUIGI BOZZATO

L'incredibile storia di Luigi Bozzato, sopravvissuto a ben 4 campi di concentramento e di sterminio.


Luigi Bozzato è nato a Piove di Sacco il 5.5.1923 e trascorre la sua giovinezza in pieno periodo fascista. Giunto il momento del servizio militare, viene mandato come soldato a combattere contro gli Jugoslavi e a svolgere soprattutto il ruolo di autista di camion nel trasporto di materiali e persone da un luogo all'altro delle operazioni. Viene anche ferito durante un'imboscata e ricoverato per diverso tempo in un ospedale militare.

Le cose cambiano dopo l'8 settembre del 1943, data della divulgazione della firma dell'armistizio con gli Alleati. Egli comprende subito che in quel clima di incertezza era necessario mettersi al sicuro con i propri mezzi e così, con pochi compagni inizia una rocambolesca fuga verso il confine di Trieste, che riesce ad attraversare con l'aiuto di alcuni partigiani jugoslavi ( si finge fidanzato di una ragazza che lavorava in una fabbrica). Giunto di nascosto al paese, viene invitato ad arruolarsi nell'esercito della Repubblica di Salò, al servizio dei Tedeschi, ma l'esperienza che aveva vissuto nei Balcani gli fa comprendere molte cose e non esita ad unirsi ad una compagnia di partigiani italiani che operava nel territorio di Udine. Anche in queste azioni di sabotaggio a danno dei tedeschi rischia la vita più volte, in particolare quando si trova a pochi metri da una guardia tedesca mentre sta aprendosi il varco nel filo spinato per avvicinarsi ad un ponte che assieme ai suoi compagni deve far saltare. In seguito a questa operazione e alla soffiata di una ragazza che lavorava presso la caserma dei Tedeschi, viene braccato assieme ai suoi compagni e portato in prigione. Molti dei suoi amici vengono impiccati e quando si accorge di questo, decide di morire da soldato, sopraffacendo la prima guardia che gli fosse venuta accanto. Il momento non tardò a giungere, ma mentre stava avventandosi su di lei, una mano lo trattenne posandosi sulla spalla: si girò, ma non vide alcuno. Ancora oggi Luigi non sa spiegarsi questo incredibile episodio, che collega ad una volontà soprannaturale, all'opera di S. Antonio.

A metà agosto 1944 Luigi viene spedito in Germania in una tradotta piena zeppa di persone e arriva dopo giorni e giorni d'inferno nei pressi di Monaco e da lì internato nel campo di DACHAU, all'epoca pieno di migliaia e migliaia di deportati, destinati a morire con il lavoro e la fame. L'industria tedesca aveva bisogno di operai da impiegare nelle fabbriche belliche e nelle industrie annesse e sfruttava l'abbondante moltitudine dei prigionieri. Il lavoro è durissimo e il cibo del tutto insufficiente, per cui nel giro di poco tempo il suo peso corporeo si riduce pericolosamente. A Dachau si ammala di pleurite e per qualche giorno riesce a farla franca nascondendosi tra i cadaveri della sua baracca, ma un bel giorno accade qualcosa di nuovo. Mentre se ne sta nascosto, avverte uno strano silenzio nel campo e pensa che siano finalmente giunti gli alleati a liberarli !!!

Purtroppo non è così e se ne accorge appena esce dalla baracca, quando una S.S. lo afferra e a suon di bastonate, calci e imprecazioni lo porta davanti alle migliaia di internati che da ore se ne stavano in piedi durante l'appello generale. Si sa che questo tipo di infrazioni vengono punite con la forca o con un colpo di pistola... Con lo stato d'animo che ognuno di noi può facilmente immaginare, Luigi crede di percorre gli ultimi metri della sua esistenza terrena e invece, ancora una volta, la fortuna è dalla sua parte: la pena capitale è tramutata in 25 frustate. Viene legato ad un apposito attrezzo di legno con cinghie di cuoio e deve contare egli stesso le frustate. Ma sono frustate che penetrano nella carne, visto che la cima del nerbo termina con punte di piombo. Giunto al numero 7, sviene dal dolore e si risveglia dopo qualche giorno ( nemmeno lui può immaginare quanto tempo sia rimasto in quelle terribili condizioni) con le vesti incarnite nelle ferite ed ogni più piccolo movimento gli provoca un dolore acutissimo. Non dimentichiamo che già prima era ammalato e debilitato.

L'ombra dell'inferno non è mai stata così vicina e Luigi ne è pienamente cosciente, tanto che incontrando l'amico don Fortin gli affida l'incarico di portare ai genitori le sue ultime parole di affetto. Non si sa bene come abbia fatto a superare una situazione così difficile. Qualche giorno dopo una SS gli comunica che sarebbe partito con un trasporto; Luigi si vede già al crematorio. Ancora una volta, però, il destino non era ancora giunto al capolinea e Luigi è trasferito nel lager di Magdeburgo e destinato a disinnescare le cosiddette bombe ritardatarie, che piovevano sulla Germania dai bombardieri americani, inglesi, russi. Vive esperienze inenarrabili e poco comprensibili a noi che non abbiamo conosciuto l'orrore e la continua vicinanza con la morte. Racconta che di molte migliaia di prigionieri che andavano a bonificare aeroporti, ferrovie ed altre zone, ben pochi ritornavano. Porta ancora i segni di una granata su una gamba. Magdeburgo, però è un campo di transito e dopo qualche settimana viene spedito al terribile campo di Mauthausen, dove rimane per molto tempo. I suoi racconti sono davvero incredibili e noi - uomini di oggi - dobbiamo fare uno sforzo non da poco soltanto per immaginare quello che avveniva dentro a quelle mura infernali. Lì non c'era più l'uomo, ma l'orrore che si concretizzava ad ogni istante con la morte per inedia, per le fatiche, per le torture, per il capriccio di una guardia, per il freddo, per le percosse e per quei tanti altri motivi che nessuno di noi saprà mai. Una moltitudine di innocenti sono morti su quella collina abbandonata da Dio e dagli uomini. Un camino, con il suo denso fumo, la faceva da padrone e scandiva i ritmi della poca vita che i detenuti avevano davanti a sé. Eppure la parola d'ordine era quella di resistere, per raccontare... per raccontare mille e mille volte quello che accadeva lì dentro, tra lo stupore immane che la grande tragedia potesse consumarsi nella tranquillità e nella normalità di quel luogo abbandonato da ogni speranza di essere aiutati . "Abbandonate ogni speranza voi ch'entrate...". Nel febbraio del 1945 sembra proprio che anche Luigi debba soccombere definitivamente. In pieno inverno ( l'inverno di 60 anni fa, tra l'altro, era ben più rigido di quanto non lo sia adesso e si raggiungevano spesso i 20 gradi sotto lo zero) viene spogliato nudo nel cortile, bastonato, picchiato e gettato sulla neve. Come un oggetto ormai insignificante viene fatto rotolare dalla scala che dal cortile porta nei sotterranei e ai forni crematori. Ma anche qui qualche santo sicuramente lo protegge, perché rinviene dopo un po' riscaldato dal calore dei forni. Ancora maggiore è la sua fortuna di non essere notato e di potersi trascinare in una stanza accanto, dove trova una decina di cadaveri ancora con i vestiti. Ne prende uno, si veste con una nuova identità ( il suo numero originario era il 70367) e con la forza della disperazione riesce salire quei pochi gradini che per lui erano la montagna più alta del mondo; erano la vita o la morte. Giunto nel cortile riesce a mescolarsi con gli altri e a beffarsi del destino ancora una volta.

Durante una visita al campo di Mauthausen con Luigi nel marzo del 2002, mi pareva che ogni suo passo risvegliasse tutto intorno antichi orrori, sospiri e gemiti che solo lui sentisse e che lo commuoveva profondamente. Le sue lacrime si mescolavano all'antico fiume di lacrime che hanno imbevuto quel terreno, quelle pietre, quelle baracche, quella nefasta scala della morte, che la ha visto attore per ben sette volte. Con una pietra sulle spalle, più pesante di lui, ha salito il girone infernale più terribile conquistandosi la vita scalando quei 180 scalini che gli chiedevano, uno ad uno, uno sforzo sovrumano quasi impossibile. E' con religioso rispetto e con riflessione che quei luoghi sacri alla memoria dell'umanità, vanno visitati.

Qualche mese prima della liberazione Luigi viene trasferito nel cuore della Germania, ad Allach, un sottocampo di Dachau. Alle nove del mattino del 5 maggio 1945, Luigi non crede ai suoi occhi: i soldati alleati liberano il campo! E' la fine di un colossale incubo e non gli sembra vero di essere ancora vivo, di avercela fatta, di poter tornare dai propri genitori, di essere un uomo, di essere un uomo libero...

Da allora sono passati tanti anni e Luigi, "con il suo lager dentro", fino agli ultimi giorni della sua vita ha mantenuto fede alla grande promessa fatta allora, ovvero quella di raccontare alle nuove e vecchie generazioni il grande misfatto... Luigi non si è stancato di incontrare i giovani nelle scuole, per testimoniare la sua esperienza affinché non sia dimenticata, affinché non siano dimenticati i milioni di uomini e di donne che sono caduti nel precipizio dell'ideologia nazista.

Luigi Bozzato, con il suo carattere forte e deciso, ha saputo affrontare le difficoltà della vecchiaia con grande dignità, attorniato costantemente dagli amici più cari, che lo hanno confortato con le loro visite frequenti, sempre pronti ad ascoltare i suoi racconti e a fargli compagnia nei momenti della solitudine.

E' mancato a noi tutti il giorno 5 settembre 2008.

Con lui se ne va una delle ultime testimonianze della deportazione nei campi di sterminio; uno sterminio perpetrato attraverso il lavoro forzato, la denutrizione, le bastonate continue, le umiliazioni, la grande fame, la lotta per la sopravvivenza in ogni singolo momento della giornata. E questo per quasi un intero anno.

Sei stato veramente un "Grande", Luigi, per aver saputo lottare contro la disperazione più assoluta, abbandonato a te stesso. La tua esperienza insegni anche a noi a saper superare le piccole e grandi difficoltà della vita.

Su Luigi Bozzato è stato pubblicato un pregevole volume dal titolo "Il lager dentro" ad opera del prof. Umberto Marinello.

Franco Beato

 
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